Valutazione dei rischi, l'autocertificazione salva il credito d'imposta

La mancata predisposizione dell'autocertificazione attestante l'avvenuta effettuazione della valutazione dei rischi comporta la revoca del credito d'imposta previsto per le nuove assunzioni in soprannumero a tempo indeterminato, effettuate nel periodo 1° ottobre 2000 - 31 dicembre 2003.

di Alessio Scarcella

La Corte di Cassazione, sez. V, si sofferma su una interessante questione riguardante la previsione del credito d’imposta, introdotto dalla L. n. 388 del 2000, a favore dei datori di lavoro che avessero assunto in soprannumero a tempo indeterminato, individuando quale causa della revoca del detto credito la mancata autocertificazione del procedimento valutativo dei rischi in materia antinfortunistica, previsto sia nell’abrogato D.Lgs. n. 626/94 che nell’attuale D.Lgs. n. 81/08 per quelle entità aziendali di modeste dimensioni.

Il fatto

Il caso da cui ha preso le mosse il Supremo Collegio era stato originato da un accesso ispettivo eseguito da personale dell’Agenzia delle Entrate che si era recato presso un studio legale (costituito sotto forma di associazione professionale) al fine di accertare l’esistenza o meno dei presupposti previsti dall’art. 7 della Legge n. 388 del 2000. In particolare, detta associazione aveva detratto in compensazione per gli anni d’imposta 2001 e 2002 detto credito, previsto dalla richiamata disposizione di legge, finalizzato all’occupazione.

All’esito della verifica, tuttavia, il personale dell’Amministrazione finanziaria aveva rilevato che l’associazione professionale non era stata in grado di esibire la documentazione riguardante la normativa in tema di sicurezza sul lavoro prevista, all’epoca, dal D.Lgs. n. 626/1994, procedendo pertanto alla revoca del credito d’imposta ed alla conseguente richiesta di restituzione al Fisco delle somme compensate.

La commissione tributaria Provinciale e quella Regionale rigettavano i motivi posti a fondamenti degli atti di impugnazione del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, con conseguente approdo della vicenda in Cassazione.

Le norme interessate

La vicenda processuale richiede il sintetico richiamo delle disposizioni normative ogetto di applicazione nel caso affrontato dal Supremo Collegio.

Viene, anzitutto, in rilievo il disposto dell’art. 7, commi 1, 5 e 7 della Legge n. 388 del 2000 che, sotto la rubrica “Incentivi per l'incremento dell'occupazione”, concedeva un credito d’imposta (pari ad € 413,17 mensili per ciascun lavoratore assunto a tempo indeterminato), ai datori di lavoro, che nel periodo compreso tra il 1 ottobre 2000 e il 31 dicembre 2003, avessero provveduto ad incrementare il numero dei lavoratori dipendenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Le condizioni per il riconoscimento di detto credito, esclusivamente mediante compensazione nel mod. F24, erano fissate dal successivo comma 5:

a) età non inferiore a 25 anni dei nuovi assunti;

b) i nuovi assunti non dovevano aver svolto attività di lavoro dipendente a tempo indeterminato da almeno 24 mesi ovvero dovevano essere portatori di handicap ai sensi della L. 5 febbraio 1992, n. 104;

c) dovevano essere osservati i contratti collettivi nazionali anche con riferimento ai soggetti che non hanno dato diritto al credito d'imposta;

d) dovevano essere rispettate le prescrizioni sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori previste dal D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626 e dal D.Lgs. 14 agosto 1996, n. 494 nonché dai successivi decreti legislativi attuativi di direttive comunitarie in materia di sicurezza ed igiene del lavoro. Per quanto di interesse, quindi, la condizione il cui mancato rispetto aveva determinato l’adozione del provvedimento di revoca del credito d’imposta era quella individuata alla lett. d).

Il procedimento di revoca, in particolare, era disciplinato dal comma 7, il quale stabiliva che la revoca delle agevolazioni sarebbe conseguita in due casi:

a) emanazione di provvedimenti definitivi della magistratura contro il datore di lavoro per condotta antisindacale ai sensi dell'art. 28 della L. 20 maggio 1970, n. 300; definitiva irrogazione di sanzioni di importo superiore a lire 5 milioni a seguito dell’accertamento di “violazioni non formali” commesse “nel periodo in cui si applicano le disposizioni del presente articolo”, in particolare riguardanti: a) violazioni alla normativa fiscale e contributiva in materia di lavoro dipendente;

b) violazioni alla normativa sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, prevista dalla richiamata normativa prevenzionistica (D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626 e D.Lgs. 14 agosto 1996, n. 494 e loro successive modificazioni; successivi decreti legislativi attuativi di direttive comunitarie in materia di sicurezza ed igiene del lavoro).

Così ricostruito il meccanismo fiscale disciplinato dalla L. n. 388 del 2000, per quanto invece riguardava la disciplina prevenzionistica all’epoca applicabile, occorre richiamare l’allora vigente D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626 che, all’art. 4, intitolato “Obblighi del datore di lavoro, del dirigente e del preposto” statuiva al comma 11 l’inapplicabilità degli obblighi di cui ai commi 2 e 3 nei confronti del datore di lavoro delle “aziende familiari” nonché delle “aziende che occupano fino a dieci addetti” (fatta eccezione per quelle aziende soggette a particolari fattori di rischio), prevedendo per queste realtà imprenditoriali, in un’ottica semplificatoria, l’obbligo sostitutivo di autocertificare per iscritto l'avvenuta effettuazione della valutazione dei rischi e l'adempimento degli obblighi ad essa collegati, da inviarsi al rappresentante per la sicurezza.

La previsione in esame, com’è noto, è stata ripresa, con gli opportuni adattamenti, anche dal nuovo T.U.S. che, in particolare, all’art. 29, rubricato “Modalità di effettuazione della valutazione dei rischi” limita oggi, al comma 5, ai soli “datori di lavoro che occupano fino a 10 lavoratori” (ad esclusione dell’ipotesi in cui vengano svolte “attività di cui all'articolo 31, comma 6, lettere a), b), c), d) nonchè g)”, la possibilità di autocertificare l'effettuazione della valutazione dei rischi, fissando, comunque, un limite temporale (non oltre il 30 giugno 2012), termine oltre il quale gli stessi datori di lavoro dovranno effettuare la valutazione dei rischi sulla base di procedure standardizzate che dovranno essere fissate con decreto interministeriale (art. 6, comma 8, lettera f), D.Lgs. n 81/2008).

La soluzione della Corte di legittimità

Secondo la Cassazione, risulta legittima la revoca del credito d'imposta, per le violazioni sopra richiamate, da parte dell'amministrazione finanziaria, attraverso la verifica del rispetto delle condizioni previste dal legislatore a tal fine. Le ragioni evidenziate dal Supremo Collegio per pervenire a tale conclusione possono essere agevolmente ricavate dal chiaro anche se complesso percorso motivazionale.

Da un lato, osserva la Corte di legittimità, la mancata predisposizione del documento di autocertificazione della valutazione dei rischi rappresenta una violazione della normativa prevenzionistica in materia di sicurezza sul lavoro avente “natura sostanziale” e non formale, così non ricorrendo le condizioni per l’applicazione della causa di esenzione prevista dall’art. 7, comma 7, della L. n. 388 del 2000, che così recitava “Qualora vengano definitivamente accertate violazioni non formali….”).

La ragione di tale assunto, per il Supremo Collegio, risiede proprio nel fatto che attraverso il meccanismo dell'autocertificazione, il datore di lavoro dichiara, assumendo le conseguenti responsabilità, di aver effettuato la valutazione dei rischi e di aver adempiuto agli obblighi ad essa connessi, ciò che esclude la valenza formale di tale contenuto dichiarativo, tenuto conto dell’importanza e delicatezza di quanto dichiarato ed autocertificato dal datore di lavoro nel documento, la cui natura sostanziale non può essere messa in dubbio.

Dal’altro, aggiunge la Corte Suprema, doveva (ed, ovviamente, deve) essere riconosciuto al personale dell’Agenzia delle Entrate il potere di accertare le violazioni e di procedere alla revoca dell’agevolazione prevista (credito d’imposta), essendo a detto personale demandato il potere di controllare la dichiarazione fiscale del contribuente, ossia il compito di verificare l’effettivo rispetto delle condizioni, soggettive e oggettive, richieste dalla legge come necessarie per poter usufruire del beneficio, senza necessità, dunque, di investire di tale compito gli organi di vigilanza ispettiva deputati per legge all’accertamento delle violazioni antinfortunistiche (quali, ad esempio, le Asl).